L’orizzonte di senso che non si fa vedere

oscuro, buio

Dal buio esce…

Mi sento mangiato.

Divorato lentamente. Qualcosa mi morde e mi consuma. Cerco di prenderlo, scorgerlo con la coda dell’occhio ma si dilegua.

Si dilegua ma lo intuisco; lo intuisco per un istante come qualcosa di simile a me, qualcosa che mi appartiene come la coscienza, ma d’altra parte differente in modo così sovrabbondante da essere indicibile.

Mi sfugge, ma lo percepisco; tutte le volte che si abbassa il brusio che la vita, tutta la vita, fa attorno al mio esserci. Qui adesso.

E’ capitato cha lo abbia visto, più con il corpo che con gli occhi: una coda viscida sgusciar via. “Ti ho visto, ci sei!”; ed ho la chiarezza, per un attimo, che qualcosa giri attorno a noi; qualcosa che senza saperlo cerchiamo disperatamente.

E poi la consapevolezza torna opaca, tutto sbiadisce…e abbiamo il ricordo di un attimo depositato dentro di noi in una cella segreta. Che fare ?

Cerchiamo di scardinare la cella, scardinarne la porta con violenza.

La violenza è andare oltre i limiti imposti; violenza è oltrepassare le linee di senso. Qualche volta di buon senso.

La violenza è dentro di noi; è cercare di andare a pescare il segreto che custodiamo, andarlo a riprendere per sapere come è fatto.

Possiamo andare al fondo, scardinare la porta, frugare nei corridoi buii, urlare alle grandi volte del nostro cranio, possiamo disperatamente cercare. E non trovare niente.

Possiamo cercare di afferrarlo di nuovo, lì fuori. Il segreto viscido che aleggia attorno a noi, che annusiamo tutti i giorni. Il segreto del Senso di tutto questo

Tutti i giorni. Tornare fuori. Ma dentro rimane il buio.

Il giallo che non c’è

Storie e raccontiIo non leggo gialli. Nonostante ci siano autori molto bravi trovare l’assassino in un libro mi sembra sempre una strada segnata. Io sarei il perfetto lettore di gialli: non mi ricordo i dettagli, rimango sconvolto dai colpi di scena e di solito non capisco nulla della trama fino alla fine. Ma lo stesso mi sembra una strada artificiosa.

Se poi andate al cinema con uno di quelli che capiscono tutto e vi dicono “Ecco, adesso troverà il fazzoletto che abbiamo visto prima”, cosa che puntualmente accade, allora il divertimento… perché nella vita non ci sono segnali, indizi e testimoni. Ci sono lo so, ma è tutto molto più complesso.

Io sono affascinato dalla vita e dal fatto che un mondo così complesso, enorme, pantagruelico trovi posto nella nostra zucca.

La complessità del mondo l’ho trovata poche volte in letteratura; una complessità che possa essere leggibile e anche comunicativa.

L’ho gustata in David Foster Wallance o in Calvino come ho scritto qui. In Wallance c’è quasi tutto con la grande fatica di dargli un senso, in Calvino c’è la lucentezza di uno sforzo per togliere il peso e tornare alla leggerezza.

Oppure  il percorso mentale ed emotivo denso di Tim Parks in Destino, che vi auguro di incontrare se avrete abbastanza forza.

Ma c’è stato un giallo nel quale ho trovato l’abbondanza che sta fuori dei nostri sensi. L’autore è uno dei più grandi e forse sconosciuti scrittori di fantascienza: Stanislaw Lem che a parte Solaris ha scritto moltissimo altro e dello stesso livello.

Il suo libro, “L’indagine del tenente Gregory” non è un giallo convenzionale e, stranamente, per lui che era medico, si avventura quasi al limite del soprannaturale, ma come spesso accade nei suoi libri, la storia è il grimaldello per far saltare una fede cieca: nella scienza, nella spiegazione a tutti i costi, nel continuo cercare il  movimento di causa- effetto. La storia serve semplicemente per illuminare una riflessione che altrimenti sarebbe stata incomprensibile. Con la letteratura costruisce l’esperienza necessaria per capire.

La penultima pagina del libro è risolutiva del mistero aprendone un altro ancor più grande sul senso della Vita. Perché la trattiamo sempre come fosse una domanda a cui DEVE seguire una risposta; un problema a cui DEVE seguire una soluzione.

Invece la Vita è Mistero e come tale non sussurra risposte e nemmeno soluzioni, ma suggerisce solo il fidarsi di essa e lasciarsi travolgere.

Ogni giorno consapevolmente.

Dove sei stato? Ho fatto una capriola.

Il luogo è rimasto silenzioso per lungo tempo.

cambiare lavoroNessun segnale di vita. Qualcuno non vedendo più posta si è preoccupato; altri conoscendolo hanno solo aspettato. Perché lui ha dei tempi strani, lunghi di solito; velocissimi in alcuni casi. Quand’era piccolo questa distonia con il mondo gli ha creato parecchi problemi. Doveva essere lì e non c’era, doveva essere maturo e non lo era ancora, avrebbe dovuto andare a giocare e invece era in biblioteca… sempre fuori situazione. Qualche volta non capiva, qualche volta aveva capito benissimo.

Non è successo niente, è solo una capriola.

Niente, solo una capriola. Un giorno sei qui, cammini, ti si apre davanti un cartello che ti chiama. Sembra quasi finto da quanto è giusto. Al posto giusto, al momento giusto. Se fosse un film ti chiamerebbe per nome, ma siamo nella realtà e non dice niente, ma lo stesso è giusto. La nostra “vigilanza” in cerca di una via d’uscita, se siamo chiusi in qualcosa che sembra un vicolo cieco, è sempre all’erta. E, per la sopravvivenza, è necessario allenarla costantemente.

Una capriola che si chiama “nuovo lavoro”.

Nuovo lavoro, ma in fondo è un tornare a casa. Tornare tra le pagine scritte, copertine e storie che raccontano  di me e di noi cercando, come nella vita, la voce giusta che ci parli di noi e a noi. Perché in fondo un libraio è  solo un lettore accorto disposto a condividere le proprie scoperte e chi le chiede…

Eh si proprio una capriola.

Un lavoro nuovo, nuovi colleghi, nuovi orari e un capo con cui discutere e progettare…

Bella capriola e adesso buon viaggio.

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