Anatomia di un turista (italiano) a Venezia (senza acqua alta)

Sappiamo che i turisti – esseri umani senza orari e impegni – dimenticano la loro natura terrena. Quelli che arrivano a Venezia, la dimenticano praticamente del tutto. Ecco lo spaccato di una vacanza-tipo di tre giorni.

GIORNO UNO – Il gruppetto di turisti parte senza pensieri. Poca roba addosso: ciabattine, maglietta, pantaloncini e macchina fotografica.

Il programma l’hanno guardato a malapena: essere qui è già sufficiente. La giornata è piena di stupore per qualsiasi cosa: il piccione, la pietra, la mascherina. Tutto è meraviglioso e inusuale perché non hanno ancora capito dove si trovano. Camminano, camminano e … camminano.

Camminano in mezzo ad altri turisti, camminano e si spintonano con altri turisti o con veneziani lavoranti che li considerano un intralcio al pari di sacchi caduti dal loro “camion”. Si, perché rischiano di venir investiti dall’unico mezzo con le ruote della città: un carretto pieno di sporte (borse) o scatoloni spinto da un uomo la cui voce si sostituisce al clacson e urla: “Attension, ttension, tension!” (attenzione). Con un saltello si fanno di lato, sorridendo per la bizzarria.

La sera del primo giorno tornano in albergo e, inaspettatamente, sono distrutti: dalla fatica del camminare per chilometri senza rendersene conto, dall’umidità di cui nessuna guida parla mai e per la quale sarebbero necessarie le branchie, dall’indigestione visiva di tutto quello che hanno visto e di cui rimane solo nebbia colorata.

Ma nonostante tutto sono contenti.

GIORNO DUE – Il gruppetto di turisti esce euforico pensando di essere pronto a una percezione più nitida della città, armati di macchina fotografica – messa sotto carica tutta la notte – scarpe da ginnastica e zainetti con una bottiglia d’acqua da riempire all’occorrenza in una delle tante preziose fontane.

I “nostri” cominciano a riconoscere angoli visti il giorno prima. In fondo i percorsi turistici sono solo due o tre riflettono, immaginando Venezia come una piccola città di cui si può prendere padronanza velocemente. Oggi ancora niente Piazza San Marco, prevista per l’indomani, oggi solo piccoli scorci, campi e chiese piene di tesori così ben nascosti.

Con lo sguardo smarrito cercano di decifrare le piantine messe a disposizione dall’hotel in cui tre monumenti ingranditi ne occupano la metà. E il resto? Non trovano nulla. Chiedono informazioni e qui capita l’inaspettato. In una città normale le indicazioni sono: andate dritti, destra, sinistra, al semaforo, all’incrocio. Qui invece le indicazioni cominciano con “Passate il ponte, seguite la fondamenta, al sottoportico girate a destra, nel campiello, dopo la vera da pozzo, prendete la calle stretta”. I turisti ringraziano, fanno il ponte e… dopo? Cos’è una fondamenta?

Venezia è un articolato labirinto architettonico che può diventare infinito. Una serie continua di svolte, angoli, ponti, che conducono sempre dentro alla pancia della città, ma senza riferimenti. Per uscirne si può riprovare con le richieste d’informazione o accodandosi a un gruppetto di altri turisti, usando quel tenue filo d’Arianna che prende la forma dell’ombrello di una guida.

GIORNO TRE – Piazza San Marco, la Basilica, Palazzo Ducale. Oggi la giornata vale tutto. Il gruppetto esce con il passo un po’ meno leggero. E’ riuscito a procurarsi una cartina dettagliatissima dell’esercito sulla quale ci sono anche le profondità dei canali – non si sa mai – e hanno scoperto l’utilità di Google Maps sull’iPhone del nipote. Cominciano a intravedere, dietro la nuvola variopinta di migliaia di immagini che hanno nella testa, la città con i suoi ritmi, ma soprattutto con la sua unicità.

È una città bella, perché a misura d’uomo, ma faticosa. Rimangono meravigliati quando notano gli spazzini che, a braccia, portano via anche la loro immondizia.

È una città ricca di storie da raccontare, ma delicata e ce se ne può accorgere alzando la testa e vedendo che ogni palazzo si appoggia all’altro. Tutto sta in piedi per una strana architettura dell’abbraccio e del spalla contro spalla, in cui la perpendicolarità è un valore aggiunto.

È una città che non è stata imposta, come una colata di cemento su uno spiazzo, ma che ha chiesto il permesso alla natura di rimanere. Quando cominci a sentire che sei ospite di un delicato mondo, allora ne comprendi l’essenza.

Uscendo dal Museo Correr e vedendo Piazza San Marco che si apre, anche il turista cieco capisce che Venezia è intimamente libera e finalmente intravede dietro i souvenir, i vetri e le mascherine cinesi una Venezia pulsante, che sbircia tutti, sorniona, di nascosto.

Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: