Il sacro, non la religione

“Io non sono uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando ai limiti della mia ragione, è semmai che io vivo il senso del mistero … questo profondo senso del mistero che ci circonda e che è ciò che io chiamo senso di religiosità.” cit. Norberto Bobbio, Micromega 2/2000

Esiste una differenza fondamentale tra problema e mistero. Il problema, per quanto complesso, ha una soluzione, il mistero no. La nostra forma mentale (cioè la società occidentale) è costruita sulla convinzione che esistano solo problemi, anche se in cuor nostro sappiamo bene che non è così. Dover ammettere che esiste un mistero inspiegabile è una consapevolezza troppo pesante da portare con sé tutti i giorni.

Ma lo stesso ogni tanto fa capolino nelle pieghe della vita: la morte di una persona cara, una lunga sofferenza, una serie di circostanze negative che ci mettono alla prova. In quei momenti ci viene in mente la domanda insensata che riguarda proprio il senso del mistero:

Che senso ha tutto questo?

In quei momenti il mistero entra in modo dirompente nelle nostre vite, ma a volte è capace di mostrarsi davanti ai nostri occhi in modi più coinvolgenti. Attraverso la ierofania. Significa “semplicemente” manifestazione del sacro.

Spesso è la natura stessa la manifestazione del sacro. L’oceano, le vette innevate e irraggiungibili, una lunga distesa di cielo sopra la steppa. Tutte queste e molte altre sono ierofanie; e ognuno di noi prima o poi ne fa esperienza. In quel momento sentiamo che esiste un mistero molto più grande del semplice ragionare sul Big Bang. In quel momento percepiamo sulla nostra pelle, o dentro l’anima, il sacro.

In ogni parte del globo, qualsiasi tribù o civiltà ha avuto davanti a sé una ierofania da cui spesso è sorta una religione. La religione è il modo più semplice di affrontare la manifestazione di ciò che non si può comprendere.

Ma quel sacro non c’è solo in uno splendido paesaggio, ma anche nella semplice presenza di una persona. L’essere umano è sacro quanto il senso profondo della natura perché il nostro stesso semplice, banale e scontato esserci è un mistero.

Allora sarebbe bello non insegnare religione, ma educare alla scoperta del sacro: nella Natura, nell’altro uomo che mi sta accanto e nella consapevolezza della nostra piccolezza, la quale non è annullarsi, ma trovare il nostro posto in questo mistero.

Trovare il proprio posto nel mistero.

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14 commenti

  1. L’apprezzare la presenza è un’educazione che ci manca o che spesso dimentichiamo, ovvero l’educazione verso il dare un prezzo a qualcosa che non ce l’ha (la presenza di un uomo, di un paesaggio naturale, …) e quindi l’educazione verso il sacro. Grazie per questo post che ci ricorda quanto bene dobbiamo volere a chi ci è vicino e a chi potrebbe esserlo.

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    • matteobarbiero

       /  23 gennaio 2012

      Grazie Gian. Immaginavo che questo argomento ti stesse a cuore. È una riflessione che ogni tanto anche io dimentico; dimentico la sacralità delle persone, delle parole, di una azione ben fatta. Un monito per me stesso.

      Rispondi
  2. Marica

     /  23 gennaio 2012

    Condivido le immagini che hai scelto, mi ci ritrovo molto, lo sai… specialmente nelle ultime righe “Allora sarebbe bello non insegnare religione, ma educare alla scoperta del sacro: nella Natura, nell’altro uomo che mi sta accanto e nella consapevolezza della nostra piccolezza, la quale non è annullarsi, ma trovare il nostro posto in questo mistero.”

    E’ una conclusione al quale sono arrivata anch’io e mi duole, sì il cuore e l’anima e la testa e anche il corpo, a volte, far niente, scivolare via senza impuntarsi perché non ne vale la pena, ognuno può scoprirlo per sé. Leggevo poco tempo fa Dietrich Bonhoeffer… straordinario, lui che era un prete, pensa, si trovava più a suo agio con coloro che palesemente manifestavano il loro non aderire ad alcuna forma religiosa, piuttosto che i cosiddetti credenti..perché sentiva in cuor suo che “baravano” ed anche lui gli veniva il sentore di essere un impostore! La riscoperta dell’altro è sacro, al di là del lembo di pelle che ci circonda, la scoperta di sé nel’altro è sacro (ecco credo di essere ancora ferma qui! o meglio mi sto dedicando a questa parte) – la scoperta del mondo che ci circonda è sacro…Illusione o Maya, non ha detto qualcuno che è l’altra faccia del Nirvana? Credo non ci sia un “tingolo salva tutti”, ognuno a suo modo, ha gli strumenti o li può acquisire per muoversi tra queste due estremità… che poi è un cerchio che poi è un labirinto, che poi è l’omphalos ecc ecc

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    • matteobarbiero

       /  23 gennaio 2012

      Ciao Marica grazie di aver lasciato il tuo segno. Come sempre un segno profondo. Conosco la tua sensibilità sull’argomento e il tuo percorso, in minima parte…. Bonhoeffer è nella mia lista da tempo. Io mentre scrivevo pensavo a Turoldo e alla sua poesia. C’è un uomo malato alla fine che scrive poesie sull’orlo dell’Abisso come lo chiama lui… non sempre Dio. In alcune c’è anche una certa rassegnazione in un senso così grande da comprendere che diventa non senso. Un abisso oscuro, ma non è paura o rassegnazione è un dato di fatto la consapevolezza del non poter MAI comprendere….

      Grazie M

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  3. marziotti

     /  23 gennaio 2012

    Concordo su tutta la linea. E soprattutto sul fatto che nel nostro mondo, nella cultura occidentale, siamo poco abituati a confrontarci con il mistero, al quale preferiamo risposte semplici, orizzonti limitati ma al contempo più rassicuranti, più a nostra misura. L’educazione al sacro è materia complessa, parla di meraviglia, della magnificenza ma anche della responsabilità di essere parte attiva in un disegno più ampio di quello che i nostri occhi possano contenere. Un mio amico bramino un giorno mi disse che secondo lui il sacro è in ogni uomo, in ogni essere vivente, in ogni montagna e fiume, in tutto ciò in cui risiede bellezza ed energia vitale. Tutti insieme siamo “Dio”. Ed esserne consapevoli significa iniziare a guardare con altri occhi, a camminare con un passo diverso. Nella nostra cultura invece siamo più abituati a prenderci il merito dei nostri successi, e a relegare a Dio la colpa dei nostri fallimenti e dei nostri dolori e a chiedergliene conto. L’altezza, qui, ai più, spaventa.

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    • matteobarbiero

       /  23 gennaio 2012

      Ciao Marzia
      Usi una parola che ha grande importanza anche se spesso non c’è ne rendiamo conto: meraviglia. È lì che si aprono gli altri mondi e davvero dovremmo meravigliarci anche del semplice alzarsi la mattina. Lo so che il percorso è lungo e come dici tu “L’altezza, qui, ai più, spaventa…” ma da qualche parte bisogna cominciare ed è sempre meglio avere fatto due passi in più che essere rimasti fermi sul posto.

      Grazi di aver lasciato un segno…

      M

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  4. Mi rivedo e risento in queste righe: i momenti in cui ho avuto la sensazione di essere più vicina al “sacro” sono quelli passati con una tendina in mezzo ai monti, a 2mila metri, al calore di un fuoco che costruiva meravigliosi giochi di luce sugli alberi, sull’acqua e sulle rocce della montagna. Non sono mai riuscita a spiegare fino in fondo alle persone che non hanno fatto l’esperienza scout cosa mi manca della natura e cosa si prova in questi istanti di distacco dal mondo e di connessione con qualcosa di grande, forse proprio il sacro, il divino.
    Come al solito tu sai trovare le parole giuste, grazie!

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    • matteobarbiero

       /  23 gennaio 2012

      Ciao Pollon
      Aver trovato le parole giuste per esprimere qualcosa che ha percepito anche qualcun’altro è il complimento più bello che potessi farmi… per il rsto due scout si intendono….

      Estote parati

      Matteo

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  5. luca

     /  24 gennaio 2012

    Glossa….
    Mi auguro che il senso del sacro (nella sua eccezione più laica) sia ciò che può aiutare un’esistenza ad uscire dai vicoli delle specializzazioni che la condizionano fin nella sua dimensione ontica, sia dunque negazione della semplicità, pungolo della ragione; sia per esempio ciò che spinge dalla “tolleranza”, attraverso la sua negazione, al pieno riconoscimento dell’altro.
    Non vorrei che il suo essere, forse, contraddittorio al “presente” spingesse ad attaggiamenti, mistici, estatici, contemplativi che, seppur a volte “utili” (mi sarebbe piaciuto usare il termine “necessari”, ma non mi è possibile…), rappresentano in ultima analisi il trionfo dell’unidimensionalità.

    Luca

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    • matteobarbiero

       /  25 gennaio 2012

      Grazie Luca, un commento ricco. Sono d’accordo con te e soprattutto penso anch’io che atteggiamenti mistici siano necessari. Penso a Wittgenstein e al suo silenzio e al mistico che “è ciò di cui non si può dire”….

      Grazie di aver lasciato il segno…

      Matteo

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  6. Dopo aver letto il tuo posto ho letto questo: http://is.gd/4aNEc6
    Gli trovo in sincronia.

    Entrambi mi hanno fatto ricordare che una volta in UK ero in mezzo al nulla con 2 amici. Su una collinetta. In 4ore in MTB non avevamo incontrato nessuno a parte pioggia, nebbia, sole e grandine in rotazione. Su quella collinetta da cui si vedeva un bosco sconfinato e si sentiva un vento freddo e non si vedeva ne sentiva essere umano ho provato un senso di Natura come poche altre volte in vita mia. Natura forte. Credo sia la sacralità che hai detto tu.

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    • matteobarbiero

       /  26 gennaio 2012

      Eh si, capisco. Di solito la montagna mi fa questo effetto. Ma devo fermarmi, aspettare che decanti la polvere alzata dal nostro incedere in questo mondo, che il silenzio prenda posto fuori e dentro.

      Sacralità,

      Grazie Gian

      Matteo

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  7. Amen.🙂
    Rispetto a quel che hai detto tu non credo ci sia molto da aggiungere. L’unica cosa è che non son sicura davvero si possa insegnare. Perchè è molto più facile insegnare una religione ed i suoi dogmi, imparare delle regole di comportamente e dei rituali piuttosto che insegnare ad entrare nella “dimensione spirito”. Per imparare a guardare con occhi diversi, per imparare a riconoscere il sacro bisogna mettersi in viaggio ed intraprendere un percorso interiore che magari può essere avviato da qualcuno o qualcosa di esterno, ma che poi, inevitabilmete, ognuno percorre da solo. Perchè prima ancora di imparare a distinguerlo nel mondo che ci circonda, o in alcune persone che incorciamno la nostra vita quasi sempre “per sbaglio” bisogna imparare a riconoscere il sacro che c’è dentro di noi. Ed è quella, forse, la parte più difficile.

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    • matteobarbiero

       /  19 gennaio 2013

      Hai ragione insegnare i dogmi o le nozioni è molto più facile che insegnare il ragionamento e l’ascolto; la meraviglia e lo stupore. Secondo me quello che manca spesso è l’esempio. Meno parole. Un educazione fatta di esempi, oltre che più efficace, sarebbe anche meno impegnativa da un punto di vista di sforzo. Per esempio se la politica desse l’esempio forse cambierebbero alcune cose più velocemente. E con meno fatica. Rispetto al sacro di ognuno di noi troppo spesso abbiamo relegato il sacro molto lontano da noi (tipico di una cultura occidentale che ha “inventato” la religione cioè la gestione del sacro di una casta).
      Grazie

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