Il condominio Pancalli /1

Il conte Emidio Pancalli

Il conte Emidio Pancalli nacque sul finire del secolo diciannovesimo. Fu possidente terriero, scienziato del Regno d’Italia, e filantropo, ma nel piccolo paese di campagna dov’era residente veniva ricordato per essere stato l’unico a possedere un’automobile: una lucida, rumorosa e americana Ford Model T.

Era il 1921 e, dopo averla ordinata con una telescrivente direttamente a Detroit, l’aveva aspettata pazientemente sei mesi in più rispetto alla data di consegna, per averla con l’avviamento elettrico progettato da Edison. Quando l’automobile arrivò al porto, dentro una meravigliosa cassa, si diceva fatta di legno di sequoia, rimase bloccata sulla banchina. Autorità, con fascia tricolore, davano il benvenuto alla civiltà, braccianti vari volevano vedere una cosa venuta dall’America, tanti avevano visto gente e si erano incuriositi. Tutti ascoltavano i bei discorsi cercando di stare composti, ordinati e rispettosi, ma gli occhi andavano sulla cassa; quasi dovesse muoversi da un momento all’altro. Dopo più di tre ore il conte Pancalli riuscì a portarsela via: chiusa.

Per trasportarla si fece aiutare da quattro mezzadri alle sue dipendenze. Il viaggio, fu un vero tormento, con il conte che, in precario equilibrio su di un calesse, gridava di continuo: “Più a sinistra!”, “Più a destra!”.

Ai lati della strada, con i piedi nel fango dei campi, un piccolo seguito veniva dietro in religioso silenzio. Se non fosse stato per l’aria di festa ebete, che c’era negli occhi di tutti, sarebbe stato un triste funerale con una bara fuori misura e pochi miseri parenti.

Arrivati alla villa, quelli nel fango, rimasero fuori. I mezzadri invece la portarono fin dentro al capanno costruito appositamente e aspettarono che il conte schiodasse le assi. Lui, dopo averle sfiorate leggermente con la mano, si voltò e disse “Grazie a tutti” entrando in casa. Ai quattro, delusi, non rimase far altro che andarsene. Uscirono dal cancello, taciturni. Sapevano che gli altri li aspettavano da ore in osteria per farsi raccontare.

 

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