Cristoforo Colombo, il demone e l’immaginazione

Ammiraglio, vocazione, Hillmann“Avendo così poca esperienza i bambini devono affidarsi all’immaginazione”             

Eleanor Roosvelt

È proprio così. Semplice e efficace spiega in un lampo tutti luoghi comuni, i modi dire che ci raccontiamo da adulti: “Bisognerebbe essere (liberi) come i bambini…”. La frase della Roosvelt, al di là della voglia nostalgica di avere tutto il mondo – fisico e mentale – da esplorare, spiega perché non è più così e mai lo potrà essere. Ad un certo punto il gioco finisce. L’esperienza tende a riempire, anno dopo anno, lo spazio che occupava l’immaginazione. “Giochiamo alla scuola” dicono i bambini; per prepararsi a viverla. “Giochiamo a mamma casetta” senza l’incombenza del mutuo. “Giochiamo al dottore” senza l’ansia di sapere quanto hai di colesterolo. Eh si! L’immaginazione a un tratto è sostituita, come un ingranaggio, dall’altro ingranaggio: l’esperienza. Più solida, più logica, meno strampalata, e tutto va per il verso giusto.

Non ci cascate! Anche l’immaginazione è una capacità dell’uomo come correre, parlare e disegnare. Come tutte le capacità può essere allenata e divenire efficiente, solida e solidale con te. Solidale in quei momenti in cui hai bisogno di una via d’uscita, che non sia la prima e nemmeno la seconda, ma la terza a cui di solito non pensa nessuno.

Colombo è cresciuto a Genova, vedendo il mare e l’orizzonte. In quel caso avrebbe potuto essere vittima dell’esperienza del circumnavigare l’Africa, la via logica. Avrebbe potuto essere vittima “dell’esperienza dei saggi”, i quali dicevano che non si poteva. Avrebbe potuto essere vittima subendo, ha deciso di perseguire la vocazione.vocazione

Il 4 novembre 1999, giorno del mio compleanno, una cara amica mi ha regalato il libro che ha dato forma alla storia di quest’uomo: “J. Hillman, Il codice dell’anima”. È un libro che parla della vocazione, della chiamata, del senso di compimento dell’unicità di ogni individuo. Nel libro si parla del daimon che c’è  in ognuno di noi. Ascoltarlo ha delle conseguenze pratiche:

a) riconoscere la vocazione

b) allineare la nostra vita ad essa

c) trovare il buon senso di capire che gli accidenti della vita fanno parte del disegno del daimon e contribuiscono a realizzarlo. 

Nessuno dice che sia facile, ma spesso confondiamo la vocazione con il riconoscimento, il successo. La vocazione è fare quello per cui sei stato chiamato al mondo. Qui su questo piccolo sasso in mezzo al cosmo, che sia la pasticcera, lo scrittore o “semplicemente” il genitore.

Lo spettacolo, dieci anni fa, si concludeva con l’augurio che ognuno di noi riconosca la trama di cui è fatta la propria vocazione e le dia fiato, sudore e immaginazione.

E l’augurio è sempre lo stesso. Per tutti.

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3 commenti

  1. Non avevo mai pensato a come esperienza e immaginazione fossero collegate e a come queste influissero sulla capacità di seguire la nostra vocazione.
    Nella realizzazione del proprio potenziale si aggiunge quindi anche la ricerca dell’equilibrio tra esperienza e immaginazione.

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    • matteobarbiero

       /  3 marzo 2012

      Il libro di Hillman è molto bello per questo, pur essendo lui uno psichiatra, quindi abbia tutti gli elementi per impostare il discorso da un punto di vista terapeutico sceglie la strada del racconto di ognuno di noi. Nell’introduzione lui parla di una psicologia troppo focalizzata sui traumi. Questo libro, dice, vuole raccontare la parte positiva, creativa della nostra emotività.

      da leggere

      Matteo

      Rispondi
  2. Segnato.
    Gian

    Rispondi

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