Colombo perde i pezzi, ma ho trovato la colla. Rossa.

La prima volta per Colombo è stata al Teatro Aurora il 05 novembre 2000.

Emozionati ci siamo buttati. A ripensarci adesso, rivedendo la foto che abbiamo fatto fuori dal teatro, eravamo davvero giovani. Tutto il materiale per terra; Luca fuma, Musa abbraccia due ballerine. Nicola appoggiato su di me, Riccardo serio serio, con le mani in tasca, a fianco a Giulio con il solito sorriso rassicurante. La Francesca sorridente, la Betty con un leggero sorriso, ma si vede che è tesa; si sente responsabile.

Questi siamo noi lì in quel momento. Poco prima. Forse bisognerebbe sempre fare le foto del “poco prima” quando l’ansia sale come una massa d’acqua che potrebbe soffocarti. Quel poco prima di qualcosa d’importante che lo ricorderai per tutta la vita o lo dimenticherai appena aperto il sipario.

Quella sera, dopo averlo fatto, abbiamo avuto la sensazione che non fosse compiuto. Avevamo fatto solamente una prova generale, ma qualcosa doveva ancora accadere.  Infatti, dopo pochi giorni, ho riunito di nuovo la truppa e gli ho detto, anzi ci siamo detti: “Lo rifacciamo”.

Ma qualcosa era cambiato. Nella logica della Compagnia Apiedelibero le strade sono molte. Qualcuno era partito e non era disponibile fisicamente per fare le date di maggio al teatro Elios. Soprattutto mancava la chitarra, un pezzo fondamentale per trainare la storia. Cosa fare? Cercare qualcun’altro, certo, ma non era solo una chitarra. La questione era mettere un pezzo nuovo in un gruppo che aveva lavorato assieme per mesi. Questo era soprattutto quello che mi guidava nella scelta… Un pezzo nuovo, ma che si integrasse velocemente e non creasse nessun problema alla stabilità della compagnia.

Francesco era la scelta obbligata. Perché sul fatto che sia uomo di gruppo non ci sono dubbi. Per quanto riguarda la chitarra, io non sono musicista quindi non potevo giudicare, ma bisognava rischiare. La scelta è stata azzeccata. Molto di tutto quello che è stato quello spettacolo è stato merito suo e con molta umiltà si è messo a disposizione. Ha imparato, reinterpretato qualcosa, inventato.

Era preoccupato di fare brutta figura, preoccupato di non essere all’altezza, ma la voglia di partecipare a questo grande sogno era più forte di tutto. Dopo questo articolo mi chiamerà per dirmi: “Così non serve a niente la mia chitarra, ti servivo solo per far gruppo. Insomma ti serviva la mia faccia come il c…”  . Io risponderò “Ma no cosa dici … ecc, ecc.”  . Ormai dopo tanti anni sembriamo Sandra e Raimondo, pace all’anima loro.

E come al solito ci diciamo troppo poco che ci vogliamo bene, ma in fondo a che serve? Lei  (tié) è l’unica che sa come farmi la peperonata.

Matteo

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