Intervista a uno scrittore. Il momento bianco

Ad un certo punto della sua carriera si dice abbia avuto un momento di crisi: un momento bianco come l’ha definito un famoso giornalista. Come si è accorto che entrava in questa fase e come è riuscito a scrivere il libro successivo, forse uno dei più belli del suo percorso?

non riuscire a scrivereSi! Posso affermare con tutta tranquillità di aver avuto “un momento bianco”. Lo dico ridendo e con un’affermazione così … un po’ sopra le righe, perché ne sono fuori, ma le posso assicurare che, quando c’ero dentro fino al collo … e forse di più, non è stato piacevole.

Quel giornalista, che ha avuto davvero un’intuizione brillante nell’inventare quel nome, ha in parte permesso che ne uscissi definendo una questione di cui io non ero consapevole. E gli sono grato per non averlo chiamato “blocco dello scrittore” o “momento nero”.

Non mi accorsi che stava succedendo. Al tempo ero uno scrittore sulla cresta dell’onda. Riuscivo a mantenermi con i miei libri abbastanza bene e attorno c’era tutto quel via vai di incontri, conferenze, presentazioni che fanno tanto bene al nostro ego; una medicina moderna, direi.

Ad un tratto cominciai a sentirmi male. Ogni volta che accendevo il computer per “lavorare” avevo una fortissima nausea e dovevo assolutamente distendermi. Qualche volta andavo davvero a vomitare. Iniziai una lunga serie di visite mediche, incontri con specialisti e ingozzarmi di medicine.

Ma, nonostante questa difficoltà, avevo delle scadenze da rispettare e quindi ricominciai a scrivere con carta e penna. La nausea ricominciò. E andava sempre peggio perché stavo male anche quando leggevo. Ero disperato, perché se allo scrivere avrei potuto rinunciare e farmene una ragione, leggere per me è come respirare.

Era davvero un momento bianco: non riuscivo più a guardare nulla di scritto; che l’avessi scritto io o un altro. La definizione che ne diede il giornalista era perfetta:

Momento bianco… preferire il foglio bianco perché la scrittura apre troppi significati e, tutti assieme, ti sovrastano dandoti una vertigine intellettuale che fa venire voglia di vomitare. Tutto. Come una liberazione.

Un pomeriggio inaspettatamente mi ritrovai seduto alla mia scrivania con mio nipote. Doveva fare i compiti d’italiano, una semplice descrizione di un oggetto. Indolente mi lasciai andare pensando che fosse meglio stare con lui che passeggiare depresso per la città.

Discutemmo dell’oggetto da descrivere e decise per una banana. Lo schema era semplice: partire dai cinque sensi. Mi sembrava un percorso azzeccato per un bambino di otto anni. Discutemmo su tutto; sul colore della banana che per lui era giallo chiaro e per me bianco; sulla consistenza del frutto che per lui era gommoso, per me morbido. Passammo circa un’ora concentrati come fosse la questione più importante del mondo. A pensarci bene eravamo due esseri umani che cercavano di capire la realtà; due filosofi, forse.

Cominciammo a scrivere. Finimmo e decidemmo di descrivere anche la mia stilografica, e poi la mamma e poi lui doveva descrivere me e io lui.

Io descrissi lui. Niente nausea.

Avevo ricominciato a scrivere. Avevo ricominciato da zero, quasi. Ecco la medicina a troppe sovrastrutture, troppe parole, troppo “intellettualismo”. Così è nato il mio libro, così sono rinato io. Da un quadernone con le righe di terza elementare.

È stata davvero una liberazione. Nei momenti di difficoltà è necessario ricominciare dalle piccole cose: soggetto, verbo e complemento. Niente di più.

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