Qualche volta è meglio lasciare.

di Marziotti

Lasciar andareSta tutta lì la partita. Sta tutto lì il difficile. Tutto in quel verbo qualunque, accettare.

Accettare le sconfitte, accettare i “sembrava che e invece no”, accettare l’amore non corrisposto, accettare gli addii non voluti, accettare di aver tutte le carte in regola, ma non riuscirci; accettare le malattie, i propri limiti e i muri insormontabili.

Perché lottare va bene, insomma, viene da sé che tutte le battaglie vanno combattute fino alla fine, ma arriva un punto in cui andare avanti non sarebbe altro che testardaggine, nulla di più che inutile spreco di energia vitale. Il difficile però sta nel riconoscerlo, quel punto esatto nel tempo, quello in cui sbatti addosso al cartello “Vietato l’accesso ai non autorizzati”. E tu l’autorizzazione non ce l’hai.

Capita ad ognuno di noi prima o poi.

E ci pensano tutti i consigli più assennati, dagli amici al Dalai Lama, dalle frasi dei baci Perugina alla saggezza di tua madre, a spiegarti che non è la fine e c’è solo da mettersi quel K.O. tecnico in tasca e proseguire in qualche modo e, se non ci puoi fare nulla, amareggiarsi è solo gettar sale sulle ferite. Pure la tua vocina interna te lo urla all’orecchio ma chissà poi perché ci si mette sempre di mezzo un “e se invece..” e/o un “ma perché proprio stavolta che lo volevo tanto” a complicare tutto. A farci versare lacrime e maledire il cielo perché magari quell’unica volta che ci siamo azzardati un “all in” alla fine la partita l’abbiamo persa,

e c’ha lasciato in mutande il cuore.

Forse, forse invece di sforzarci di accettare le strade sbarrate dovremo solo imparare ad accettare il fatto di essere umani, di essere fragili animali in balia delle proprie emozioni e che per questo, che ci piaccia o meno, siamo destinati a portare a spasso il nostro dolore, così come la nostra gioia, come cani al guinzaglio.

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3 commenti

  1. Patty

     /  1 luglio 2013

    Parlare delle esperienze altrui è sempre difficile e pericoloso perché ognuno di noi fa percorsi differenti e quelli di alcuni sono particolarmente dolorosi e talvolta difficili almeno per me da spiegare ma penso che le partite si possano non perdere. Si tratta appunto di quel difficilissimo esercizio che consiste nell’accettare il fatto che il dolore può diventare un’occasione di crescita anche se sul momento tutto ciò sembra retorico ed odioso per chi sta soffrendo. Quando si tratta degli incontri che facciamo lungo la nostra via, volersi bene e saper lasciar andare sono altre espressioni su cui bisognerebbe fermarsi a riflettere.

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    • Il dolore non viene distribuito a ciascuno in egual misura, anche se una quota ci spetta per diritto di nascita, per il solo fatto di venire al mondo. Ed hai detto bene. Il dolore PUO’ diventare un’occasione di crescita, può, ma non è detto lo diventi. Ho visto persone che da un forte dolore in fondo non si sono riprese mai continuare a trascinarsi nel timore un’altra spallata li avrebbe fatti crollare. La differenza, fra i sommersi e i salvati, personalmente credo la faccia proprio quella parolina magica, l’accettare. Perché solo se accetti la perdita, la sconfitta ed il dolore che ne consegue, se accetti il fatto che ricapiterà, che perderai di nuovo, e soffrirai di nuovo perché così è previsto nell’ordine delle cose ti guadagni quei centimetri di spessore in più che ti permettono di colmare quella frattura e tornare a vedere la meraviglia che non ha mai smesso di esserci attorno. I mostri neri, quelli che spaventano di più, ce li abbiamo dentro. Ma se li guardi in faccia un pò alla volta smettono di fare paura.

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  2. matteobarbiero

     /  2 luglio 2013

    Grazie Patty del tuo bel commento; bello perché l’ho sentito sincero e toccante e grazie anche a Marzia che credo abbia risposto con sensibilità. Io leggendo i vostri commenti riflettevo che ho vissuto poco dolore, sono stato fortunato, ma ho bisogno di credere che se mi succedesse io sono di natura un salvato.

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