Il vocabolario dei sentimenti

di Marziotti

vocabolario delle emozioniDa piccolo, mano a mano che formi il tuo lessico, ti viene insegnato il vocabolario dei sentimenti.

Amore, amicizia, affetto; tutto sembra semplice e lineare. Quel che però nessuno ti spiega sono i sentimenti senza nome, quelli scomodi e invadenti, quelli che di primo acchito ti verrebbe da dire “mi sa che stavo meglio prima” perché che tu lo voglia o meno,  per quanto ti ostini a scacciarli, delineano una linea temporale.

Delineano una riga netta ma invisibile, una riga che riesci a scorgere solo tu e senza il bisogno di usare gli occhi. Delineano un prima e un dopo. Sì, perché, che la cosa ti piaccia o meno, per quanto tu ti ostini a negarlo agli altri e soprattutto a te stesso, da quel momento in poi cambia tutto.

Le piccole certezze costituite dalla catasta dei tuoi alibi, sotto la quale ti rifugiavi quando fuori infuriava il temporale, sono andate a farsi benedire. Al contrario, le paure che avevi riposto nel dimenticatoio dopo averle ripiegate su se stesse, fra vecchie foto di famiglia e le lettere che non hai mai spedito, si ripresentano tutte assieme con l’inchino che fanno i ginnasti a fine esercizio; in sottofondo una bella musica da circo.

Ti verrebbe quasi da applaudire se non fosse per quella fottutissima paura che ti fa tremare le ginocchia. Perché, per quanto sia strano a dirsi, fino a ieri ai tuoi mostri, che fossero dentro o fuori,  che si chiamassero malattia o dolore,  non hai mai avuto paura di guardarli negli occhi e a urlargli addosso “Bene, ora ce la vediamo io e te”.

Oggi, davanti a quel sentimento liquido e lucente, come palline di mercurio che si spaccano e si ricongiungono mutando continuamente forma, le gambe ti si fanno molli.  Forse è solo che la nostra mente ha il disperato bisogno di catalogare, raggruppare e suddividere, ma il cuore non ha i sentimenti messi in bella mostra in ordine alfabetico come le biblioteche. Lui non sa leggere. È cieco e va a tatto. Lui sente, lui percepisce. E nel caso specifico percepisce un affetto profondo, mescolato a empatia, confidenza, complicità, una buona dose di paura di essere invadenti, altrettanta di paura della perdita, più un qualcosa, soprattutto quel qualcosa, che davvero non riesci a riconoscere.

Come un profumo del quale non riconosci la nota di fondo, quella che rimane e si fa più persistente mano a mano che l’alcool evapora. Forse non lo riconosci perché semplicemente non l’hai mai sentito prima. Forse è che questa è la prima volta in cui ti fermi ad annusarlo e cerchi di spingerlo fin dentro i polmoni. Chissà. Fatto sta che per quanto ti brucino le narici, per quanto a tratti t’infastidisca e si faccia scomodo tu, da quell’odore senza nome, proprio non ti ci riesci a staccare.

Un sentire che non ha nome, che sta sul confine tra terre chiare di cui hai la mappa. Ma questo nel vocabolario non lo trovi.

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