#1 Scrivere è un lavoro?

«Come si diventa scrittori? Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. […] Ecco la risposta alla domanda: si diventa scrittori scrivendo con pazienza e ostinazione, senza mai perdere la fiducia in quello che si scrive».  Agota Kristof

urgenza dello scrivereAlice Munro ha vinto il premio Nobel. Poco tempo fa aveva dichiarato che si ritirava dalla scrittura, anche Philip Roth ha deciso di smettere. La sensazione era che lasciassero qualcosa di faticoso.

Io sono uno con un’intelligenza mediocre e capisco le “cose” solo se mi racconto una storia. Quando ho sentito della Munro ho pensato a una causa che provocasse l’effetto e mi sono detto candidamente: “Avrà finito di pagare il mutuo”.

È una scemenza, lo so, ma è una storia. Scrivere come fosse un lavoro. Cioè? Scrivere con lo stesso impegno che ci mettiamo per alzarci la mattina e andare a lavorare, cioè vendere la nostra forza lavoro e il nostro tempo, direbbe un amico, noleggiare a qualcuno me stesso, dico io, perché in fondo al lavoro, quello che ci tocca, ci andiamo tutti interi perché non è possibile lasciare a casa il cuore e nemmeno la testa.

E poi mi salta in mente Dostoevskij che scriveva per pagare i debiti di gioco e guarda cosa ne è saltato fuori. Una cosa è certa per cominciare un’attività così pericolosa come scrivere deve esserci un’urgenza, un modo di vedere e coraggio. 

Coraggio perché è soprattutto una battaglia contro sé stessi, contro le proprie debolezze, i propri lati oscuri. Uno che scrive è come se girasse in un luogo conosciuto, la propria testa con le finestre che guardano fuori, ma ogni tanto trova delle porte chiuse. Cosa c’è dietro? La scrittura è una chiave che, se uno ha voglia, è capace di aprire quelle porte. Lentamente o meno.

Modo di vedere perché ogni essere umano è un essere espressivo, cioè per sua sfortuna tende a esprimere il proprio mondo interiore e ogni uomo cercherà questa espressione con strumenti diversi, alcune volte incomprensibili pericolosi o semplicemente pittoreschi. L’espressione è un certo modo di vedere il mondo. Perché Dostoevskij non ha cominciato a dipingere? Perché la parola era il suo modo di esprimere. Ognuno di noi ha il proprio.

Urgenza non è il trauma né la sofferenza, urgenza è più una spinta alle spalle. Non la spinta del mentore o della strada facile, ma l’urgenza, qui e ora, di dire, dipingere o cantare un mondo interiore. A volte questo può coincidere  con la sofferenza ma un trauma non è mai una molla di espressione perché il nostro cervello è impostato per ricucire nel modo più veloce e indolore che la natura abbia creato: dimenticare. L’urgenza può capitare a due anni con bambini che sembrano geniali artisti; può succedere dopo la pensione in un momento di rilassamento. L’urgenza è la spinta che ti fa compiere il passo espressivo.

La frase della Kristof da cui siamo partiti dice con semplicità lampante cosa bisogna fare, trovata la nostra modalità espressiva, per essere semplicemente sé stessi. Scrivere o dipingere e farlo ancora, ancora e ancora perché la vocazione non è una questione solo di cosa farò da grande, ma di chi sono, cosa dico e come lo dico.

È possibile come lavoro? Non lo so per fortuna io canto perché tutto quello scrivere non lo sopporterei.

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4 commenti

  1. Ciao Matteo. La tua riflessione è interessante. Si può scrivere per lavoro? Sì, ma se scrivi per lavoro e sei abbastanza intelligente per farlo oggi allora in verità sei abbastanza bravo anche per fare dell’altro. Quasi che lo scrivere fosse un supporto, una piattaforma per esercitare la nostra abilità.
    Sul tema però leggi: L’arte di correre di Haruki Murakami

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    • matteobarbiero

       /  15 ottobre 2013

      Ciao Gian, il libro di Murakami l’ho letto. Mi è piaciuto molto e mi ha fatto arrabbiare, ma è solo invidia perché non corro come lui e non scrivo nemmeno come lui. A parte gli scherzi è una riflessione molto complessa che ha molte sfaccettature come dice una nostra comune conoscenza. Quello che mi è rimasto di questo post scritto quasi in trance che forse è tutto molto più semplice, anche il post è sovrastruttura sulla semplicità delle relazioni, di un saluto, di un abbraccio, di uno scrivere perché senti che quello è ciò che devi fare. Un post che forse è ancora una volta un promemoria per una frase che mi ripeto spesso “È tutto molto più semplice”. Tutto il resto è noia.

      Rispondi
      • Matteo non preoccuparti Murakami non corre troppo forte o a lungo potresti fare altrettanto. Sullo scrivere altrettanto te lo auguro. Dire che è tutto molto più semplice e che il post è una sovrastruttura ci fa capire come è “tutto molto più semplice” quello che non è semplice è raccontarlo, descriverlo, trasferirlo e muovere delle emozioni. Quindi forse tutto il resto è fantasia.🙂

      • matteobarbiero

         /  16 ottobre 2013

        Il percorso per arrivare è semplice e complesso: semplice perché il semplice è tale per definizione, ma per arrivarci il percorso da seguire è complesso. Dobbiamo raccontare per svelare il percorso che porta al nocciolo. Un passo oggi, due in meno domani… e avanti così; bello se riesci a fare due passi e poi tre. In bocca al lupo a tutti noi.

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