C’è amore e amore.

Heart loveC’è amore e amore.

C’è un amore largo, quello che abbraccia il creato senza fare distinzioni. Abbraccia gli alberi e la silhouette delle case alla luce dell’alba, abbraccia le nuvole porpora al tramonto ed i grandi ideali, abbraccia il sorriso dei bimbi e le carezze sulla faccia di due signore che si reincontrano dopo molto mentre tu sei in fila dal dottore. È l’amore che personalmente preferisco. È il più semplice ed immediato, bastano un paio di occhi buoni e un cuore allenato alle emozioni. È l’amore “take away”, sempre pronto e disponibile, quello che nulla chiede, quello semplice, senza aspettative, senza complicazioni di sorta.

Poi c’è l’amore stretto, focalizzato attorno alla sagoma di una persona ed alla sua anima. È l’amore di relazione e qui, purtoppo, le cose si complicano. Perché le persone, proprio tutte, pure quelle che sembra di no, sono animaletti complicati. Sono storie su due gambe, sono paure e insicurezze avvolte di pelle, sono sogni e mondi inaspettati che si svelano a poco a poco, se sei fortunato.

Sanno essere meraviglia, le persone, sanno partorire fiori con le parole e con gli occhi stelle da far invidia al cielo. Però sanno anche ferire, talvolta volontariamente, altre per semplice svogliatezza, ma quanto dolore, Dio, quanto dolore. Coltellate precise e senza tentennamenti, dritte dove fa più male, tagli profondi che ci mettono mesi, a volte anni per rimarginarsi, se mai si rimarginano. Ma tu tutto questo non lo sai da principio, lo scopri vivendo, con l’esperienza e la frequentazione. Lo scopri solo quando ormai ci sei dentro con tutte le scarpe. Perché ogni rapporto umano è un azzardo, un rischio che non si può calcolare, una partita di poker in cui il “Cip” non è contemplato.

E ci vuole un animo leggero per sedersi al tavolo e mettere il cuore come posta. E l’animo leggero è un lusso concesso a molti, ma non a tutti o almeno non sempre.

Marziotti

Il vocabolario dei sentimenti

di Marziotti

vocabolario delle emozioniDa piccolo, mano a mano che formi il tuo lessico, ti viene insegnato il vocabolario dei sentimenti.

Amore, amicizia, affetto; tutto sembra semplice e lineare. Quel che però nessuno ti spiega sono i sentimenti senza nome, quelli scomodi e invadenti, quelli che di primo acchito ti verrebbe da dire “mi sa che stavo meglio prima” perché che tu lo voglia o meno,  per quanto ti ostini a scacciarli, delineano una linea temporale.

Delineano una riga netta ma invisibile, una riga che riesci a scorgere solo tu e senza il bisogno di usare gli occhi. Delineano un prima e un dopo. Sì, perché, che la cosa ti piaccia o meno, per quanto tu ti ostini a negarlo agli altri e soprattutto a te stesso, da quel momento in poi cambia tutto.

Le piccole certezze costituite dalla catasta dei tuoi alibi, sotto la quale ti rifugiavi quando fuori infuriava il temporale, sono andate a farsi benedire. Al contrario, le paure che avevi riposto nel dimenticatoio dopo averle ripiegate su se stesse, fra vecchie foto di famiglia e le lettere che non hai mai spedito, si ripresentano tutte assieme con l’inchino che fanno i ginnasti a fine esercizio; in sottofondo una bella musica da circo.

Ti verrebbe quasi da applaudire se non fosse per quella fottutissima paura che ti fa tremare le ginocchia. Perché, per quanto sia strano a dirsi, fino a ieri ai tuoi mostri, che fossero dentro o fuori,  che si chiamassero malattia o dolore,  non hai mai avuto paura di guardarli negli occhi e a urlargli addosso “Bene, ora ce la vediamo io e te”.

Oggi, davanti a quel sentimento liquido e lucente, come palline di mercurio che si spaccano e si ricongiungono mutando continuamente forma, le gambe ti si fanno molli.  Forse è solo che la nostra mente ha il disperato bisogno di catalogare, raggruppare e suddividere, ma il cuore non ha i sentimenti messi in bella mostra in ordine alfabetico come le biblioteche. Lui non sa leggere. È cieco e va a tatto. Lui sente, lui percepisce. E nel caso specifico percepisce un affetto profondo, mescolato a empatia, confidenza, complicità, una buona dose di paura di essere invadenti, altrettanta di paura della perdita, più un qualcosa, soprattutto quel qualcosa, che davvero non riesci a riconoscere.

Come un profumo del quale non riconosci la nota di fondo, quella che rimane e si fa più persistente mano a mano che l’alcool evapora. Forse non lo riconosci perché semplicemente non l’hai mai sentito prima. Forse è che questa è la prima volta in cui ti fermi ad annusarlo e cerchi di spingerlo fin dentro i polmoni. Chissà. Fatto sta che per quanto ti brucino le narici, per quanto a tratti t’infastidisca e si faccia scomodo tu, da quell’odore senza nome, proprio non ti ci riesci a staccare.

Un sentire che non ha nome, che sta sul confine tra terre chiare di cui hai la mappa. Ma questo nel vocabolario non lo trovi.

Qualche volta è meglio lasciare.

di Marziotti

Lasciar andareSta tutta lì la partita. Sta tutto lì il difficile. Tutto in quel verbo qualunque, accettare.

Accettare le sconfitte, accettare i “sembrava che e invece no”, accettare l’amore non corrisposto, accettare gli addii non voluti, accettare di aver tutte le carte in regola, ma non riuscirci; accettare le malattie, i propri limiti e i muri insormontabili.

Perché lottare va bene, insomma, viene da sé che tutte le battaglie vanno combattute fino alla fine, ma arriva un punto in cui andare avanti non sarebbe altro che testardaggine, nulla di più che inutile spreco di energia vitale. Il difficile però sta nel riconoscerlo, quel punto esatto nel tempo, quello in cui sbatti addosso al cartello “Vietato l’accesso ai non autorizzati”. E tu l’autorizzazione non ce l’hai.

Capita ad ognuno di noi prima o poi.

E ci pensano tutti i consigli più assennati, dagli amici al Dalai Lama, dalle frasi dei baci Perugina alla saggezza di tua madre, a spiegarti che non è la fine e c’è solo da mettersi quel K.O. tecnico in tasca e proseguire in qualche modo e, se non ci puoi fare nulla, amareggiarsi è solo gettar sale sulle ferite. Pure la tua vocina interna te lo urla all’orecchio ma chissà poi perché ci si mette sempre di mezzo un “e se invece..” e/o un “ma perché proprio stavolta che lo volevo tanto” a complicare tutto. A farci versare lacrime e maledire il cielo perché magari quell’unica volta che ci siamo azzardati un “all in” alla fine la partita l’abbiamo persa,

e c’ha lasciato in mutande il cuore.

Forse, forse invece di sforzarci di accettare le strade sbarrate dovremo solo imparare ad accettare il fatto di essere umani, di essere fragili animali in balia delle proprie emozioni e che per questo, che ci piaccia o meno, siamo destinati a portare a spasso il nostro dolore, così come la nostra gioia, come cani al guinzaglio.

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