Conosco uno scrittore

Perdere tempo

Perdere tempo

In questo blog c’è una categoria che ho chiamato “Intervista a uno scrittore”.

Come ho scritto nelle poche righe d’introduzione questi post sono frutto di una lunga chiacchierata con uno scrittore.

Sono alcuni dei post più letti di questo blog e qualcuno comincia a chiedermi se esista davvero o se sia solo frutto della mia immaginazione. Grazie per il complimento, ma non sono così bravo.

Ero studente universitario e avevo tanto tempo. Almeno così mi sembrava, ma l’essere posseduto da questa illusione ti permette di vivere in modo intenso, svagato e curioso. Soprattutto curioso. Era un periodo che prendevo molti treni per andare in Friuli, Sicilia o a Ferrara. Non si sa bene a far cosa, ma lo facevo con grande professionalità.

A me, allora come oggi, sono sempre piaciute le strade blu: strade secondarie, paesi di provincia oppure le piccole “stazioncine” dei treni “perdute” in mezzo ai campi. Allora come oggi mi è sempre piaciuto perdermi e soprattutto ascoltare. Non riesco a girare, nemmeno per la mia città, con gli auricolari. Ascolto i dialoghi delle persone e le loro storie; meglio di qualsiasi giornale.

In uno di questi miei vagabondaggi sono capitato in una stazione di passaggio sulla riviera adriatica. Di passaggio perché  passavano treni a velocità folli e basta. Ogni tanto si fermava un regionale, forse regionalissimo, che portava da qualche parte sopra gli Appennini. Io avevo tempo. Avrei preso un treno la sera verso il meridione. E rimasi lì seduto a guardare l’umanità cioè quell’insieme eterogeneo e composito che è il senso di tutto.

All’improvviso quella mattina per non so quale motivo ci fu uno sciopero, o forse io non lo sapevo. Era estate e la piccola stazione si riempì di persone che aspettavano una soluzione: un treno, un autobus, un passaggio o lasciar scivolare, in qualche modo, quel tempo inopportuno.

Tra le persone che giocavano alle macchinette, leggevano la Gazzetta o bevevano il caffè c’era un uomo sulla sessantina che leggeva un grosso tomo. Era un tascabile Einaudi anche se poco tascabile. Il riconoscere un libro di una famiglia che ti piace indica qualcosa, una certa comunione intenti. Potremmo starci simpatici. Allora tirai fuori il mio tascabile Einaudi e mi sedetti al tavolo vicino.

Era un segno di riconoscimento, un saluto. “Ehi forse abbiamo dei fratelli (letture) in comune”.

Passò un’ora e lui non alzò mai gli occhi dalle pagine. Io, nel frattempo, avevo letto, scritto, guardato un telegiornale, parlato con un partigiano. Va bene, mi sono detto, è ora di andare. Presi le mie cose e proprio in quel momento mi chiese unacondivisione sigaretta. Anzi mi chiese se potevo fargli una sigaretta perché mi aveva visto poco prima.

Colsi al volo l’occasione: “Posso sedermi?” dando intendere che se non mi fossi seduto la sigaretta avrebbe potuto risentirne.

“Certo!” rispose lui chiudendo il libro. Era Musil, come immaginavo; uno dei pochi libri che non sarà mai un tascabile. Cominciammo a parlare. Facemmo una passeggiata. Parlammo di letteratura, filosofia e io stupidamente pensai fosse un professore. Nessun riferimento alla vita privata avevamo altro di cui discutere. Io non sapevo chi fosse; d’altra parte nemmeno lui sapeva di me. Nell’incontro di due esseri umani ci dovrebbero essere orizzonti più ampi, scenari, visioni ed invece non ne siamo più capaci. Ci salutammo e dimenticai il treno per il meridione. Tornai a casa, il destino mi aveva già dato.

Si lo conosco lo scrittore. Mi ha detto, quel giorno, che tutte le nostre parole non erano di nostra proprietà quindi avrei potuto raccontarle, ma la faccia e il suo nome quelli si erano suoi e voleva che lo rimanessero.

Matteo

PS: Questo post lo dedico alla mia amica Chiara. Poi lei mi chiamerà perché non ha capito e io le spiegherò che anche con lei è successa la stessa cosa. Ho perso il treno, volutamente.

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Intervista a uno scrittore. Il momento bianco

Ad un certo punto della sua carriera si dice abbia avuto un momento di crisi: un momento bianco come l’ha definito un famoso giornalista. Come si è accorto che entrava in questa fase e come è riuscito a scrivere il libro successivo, forse uno dei più belli del suo percorso?

non riuscire a scrivereSi! Posso affermare con tutta tranquillità di aver avuto “un momento bianco”. Lo dico ridendo e con un’affermazione così … un po’ sopra le righe, perché ne sono fuori, ma le posso assicurare che, quando c’ero dentro fino al collo … e forse di più, non è stato piacevole.

Quel giornalista, che ha avuto davvero un’intuizione brillante nell’inventare quel nome, ha in parte permesso che ne uscissi definendo una questione di cui io non ero consapevole. E gli sono grato per non averlo chiamato “blocco dello scrittore” o “momento nero”.

Non mi accorsi che stava succedendo. Al tempo ero uno scrittore sulla cresta dell’onda. Riuscivo a mantenermi con i miei libri abbastanza bene e attorno c’era tutto quel via vai di incontri, conferenze, presentazioni che fanno tanto bene al nostro ego; una medicina moderna, direi.

Ad un tratto cominciai a sentirmi male. Ogni volta che accendevo il computer per “lavorare” avevo una fortissima nausea e dovevo assolutamente distendermi. Qualche volta andavo davvero a vomitare. Iniziai una lunga serie di visite mediche, incontri con specialisti e ingozzarmi di medicine.

Ma, nonostante questa difficoltà, avevo delle scadenze da rispettare e quindi ricominciai a scrivere con carta e penna. La nausea ricominciò. E andava sempre peggio perché stavo male anche quando leggevo. Ero disperato, perché se allo scrivere avrei potuto rinunciare e farmene una ragione, leggere per me è come respirare.

Era davvero un momento bianco: non riuscivo più a guardare nulla di scritto; che l’avessi scritto io o un altro. La definizione che ne diede il giornalista era perfetta:

Momento bianco… preferire il foglio bianco perché la scrittura apre troppi significati e, tutti assieme, ti sovrastano dandoti una vertigine intellettuale che fa venire voglia di vomitare. Tutto. Come una liberazione.

Un pomeriggio inaspettatamente mi ritrovai seduto alla mia scrivania con mio nipote. Doveva fare i compiti d’italiano, una semplice descrizione di un oggetto. Indolente mi lasciai andare pensando che fosse meglio stare con lui che passeggiare depresso per la città.

Discutemmo dell’oggetto da descrivere e decise per una banana. Lo schema era semplice: partire dai cinque sensi. Mi sembrava un percorso azzeccato per un bambino di otto anni. Discutemmo su tutto; sul colore della banana che per lui era giallo chiaro e per me bianco; sulla consistenza del frutto che per lui era gommoso, per me morbido. Passammo circa un’ora concentrati come fosse la questione più importante del mondo. A pensarci bene eravamo due esseri umani che cercavano di capire la realtà; due filosofi, forse.

Cominciammo a scrivere. Finimmo e decidemmo di descrivere anche la mia stilografica, e poi la mamma e poi lui doveva descrivere me e io lui.

Io descrissi lui. Niente nausea.

Avevo ricominciato a scrivere. Avevo ricominciato da zero, quasi. Ecco la medicina a troppe sovrastrutture, troppe parole, troppo “intellettualismo”. Così è nato il mio libro, così sono rinato io. Da un quadernone con le righe di terza elementare.

È stata davvero una liberazione. Nei momenti di difficoltà è necessario ricominciare dalle piccole cose: soggetto, verbo e complemento. Niente di più.

Intervista a uno scrittore. Il foglio bianco,

Molte volte si sarà trovato davanti al foglio bianco, un momento delicato anche per scrittori allenati come lei. Come si riesce ad affrontare quella barriera psicologica? Lei come riesce a non perdercisi dentro … può raccontarci il suo segreto?

Nessun segreto. Arrivare al foglio bianco, o alla schermata del computer, impreparati è rischioso. Per chi vuole scrivere il foglio bianco è un pozzo senza fondo; spaventoso e affascinante allo stesso tempo; si mette il piede sul bordo dell’abisso e spaventati ci si ferma.

Per me quell’abisso è sempre stato denso di storie non un abisso di nulla. Lo affronto raccogliendo qualcosa da buttarci dentro, i piccoli pensieri di ogni giorno. Quei quattro scarabocchi scritti sul quaderno, sul diario o su un qualsiasi supporto  digitale di oggi. Poca roba, ma densa. Il lavoro da fare è srotolare quell’ammasso incandescente raccolto con i nostri sensi come fossero un setaccio sensibile, un setaccio da cercatori d’oro. Di solito, quando mi accorgo che ho raccolto abbastanza, li distendo sul tavolo e comincio a metterli insieme.

Non è ancora il momento del foglio bianco, ma di una tavolozza sulla quale giocare. Spostare pezzi come fossero costruzioni; disegnare schemi, tanti schemi pieni di frecce. È la rappresentazione di un flusso, quindi, in quel momento so che qualcosa si sta muovendo. Tutto quello che prima era solo massa informe, ora ha una direzione e un movimento.

Quando ho capito che la massa è abbastanza per divenire flusso devo trovarne l’inizio. Spesso non è mai quello che pensiamo. La frase ad effetto che vorremmo usare diventa gemma incastonata da un’altra parte.

La massa c’è, il flusso anche. Ora posso affrontare il foglio bianco. Comincio con poco, con qualcosa di semplice. Comincio dall’unico capo che ho trovato e verso tutto, senza paura di sporcare d’errori, impiastricciare di ripetizioni e andare fuori …tema.

Verso tutto; il contenitore ha bordi e dimensioni che contengono e conterranno dandogli ordine.

L’importante è trovare il contenuto da metterci dentro perché il foglio è come una scatola. Molti guardano e aspettano che dalla scatola esca qualcosa.

Ma la scatola è vuota.

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